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Posted on Mon, 10 Aug 2009 19:20:30 by admin Come anticipato nel precedente post, il Laboratorio sui luoghi è sfociato in una mostra che abbiamo intitolato "Paesaggi Invisibili". Inaugureremo sabato 26 settembre. Ma le Giornate Fotografiche Vogheresi avranno anche un ospite d'onore veramente d'eccezione: Grazia Neri. Qui di seguito il programma completo: Sabato 26 settembre, ore 18, Sala Pagano, P.za C. Battisti, Voghera. OltreFoto inaugura la mostra fotografica "Paesaggi Invisibili", frutto del Laboratorio ideato e diretto da Enrico Prada e ispirato a "Le città invisibili" di Italo Calvino. Ospite d'onore Grazia Neri. Sabato 26 settembre, ore 21, circolo "Il Ritrovo", P.za C. Battisti, Voghera. Grazia Neri, titolare di una delle Agenzie foto-giornalistiche più importanti del mondo, presenterà il documentario dal titolo "40/10". La proiezione ripercorre non solo la storia dell'Agenzia foto-giornalistica ma costituirà anche un'occasione di conversazione fra Grazia Neri e il pubblico sugli ultimi 40 anni di storia della Fotografia. Evento in collaborazione con il circolo "Il Ritrovo". Domenica 27 settembre, circolo "Il Ritrovo", P.za C. Battisti, Voghera. Ore 10-13 (orario da confermare), lettura di portfolio, a cura di Grazia Neri. Ore 15-18 (orario da confermare), lettura di portfolio, a cura di un editor dell'Agenzia "Grazia Neri". Evento in collaborazione con il circolo "Il Ritrovo". Per la lettura portfolio si consiglia la prenotazione. |
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Posted on Sat, 14 Feb 2009 18:03:56 by admin Nel settembre del 2007 OltreFoto ha iniziato un viaggio nel paesaggio. La scelta di un tema che senza dubbio è stereotipato (come il ritratto, peraltro) è stata voluta. Più un tema è consolidato e più è difficile avvertire la necessità di qualcosa di diverso. Ed è anche più difficile esprimere qualcosa di personale, perché il paradigma percettivo-visivo ci abitua, ci rende comodi. In realtà c’è molto da fare e da costruire e noi abbiamo cercato di combattere lo sguardo rassicurante. Guidati con la solita perizia da Enrico Prada, la serie di Laboratori intitolata “Luoghi & Paesaggi” sta quasi per approdare a una mostra. Qui di seguito alcuni appunti di viaggio redatti dallo stesso Enrico. DESPINA (P. 17) Non è solo una questione di punti di vista diversi, ma è anche – e soprattutto – un modello di sguardo, un modello di visione che proietta sul paesaggio le proprie attese interiori, le proprie fantasie, sogni, desideri Senza tutto questo Despina sarebbe solo e semplicemente “città”, sia che si arrivi dal mare sia dal deserto Senza tutto questo Despina sarebbe solo pinnacoli di grattacieli, antenne radar, fumaioli … Vedere i “paesaggi invisibili” è possibile se li illuminiamo con la luce che noi proiettiamo sulle cose, sul mondo. E’ la luce dello sguardo che viene da dentro, uno sguardo interiore. ZEMRUDE (P. 66) L’umore dello sguardo è il primo e più semplice livello di sguardo personale, di sguardo interiore (che proviene da dentro) L’umore come primo gesto in profondità dello sguardo, oltre le apparenze L’umore/stato d’animo come momento di costruzione del paesaggio: lo stato d’animo plasma il paesaggio [“Oggi vedo tutto nero”] E da qui possono nascere infinite mappe, infinite geografie personali (della gioia, del dolore, della solitudine, della stanchezza …) DOROTEA (P. 9) Altro modello di sguardo, di visioni contrapposte: a) lo sguardo analitico, lo sguardo della precisione e della nitidezza: lo sguardo dell’inventario. Sguardo che è una questione di accumulo, di immagazzinamento [Gabriele Basilico] b) lo sguardo che mette in gioco noi stessi: sguardo davvero personale, privato: uno sguardo intimo [Carmelo Bongiorno, Mimmo Jodice] I PAESAGGI INVISIBILI Devono essere frutto di uno sguardo (fotografico e creativo) particolare: uno sguardo strabico: rivolto contemporaneamente all’esterno e verso l’interno Da questo strabismo deriva la possibilità di mostrare - L’invisibilità del mondo - L’invisibilità nostra, privata: il nostro intimo E allora la Fotografia è davvero un fatto interiore: Mario Giacomelli “ … perché prima deve [la fotografia] accadere dentro di me: aspetto che accade dentro di me” E’ una questione di ascolto, più che di ricerca: Giacomelli non cerca, non ha ansie da ricerca: lui osserva, lui ascolta, lui trova. Lui lascia accadere: davanti a sé e dentro di sé MA COSA DEVE ACCADERE? John Berger “Davanti a noi c’è qualcosa e noi, con gli occhi, interroghiamo il suo manifestarsi. In genere si crede che la cosa guardata sia passiva e che siamo noi, nell’osservarla, a essere attivi. In realtà quel che succede quando si [fotografa] veramente (…) è che, a un certo punto, dalla cosa si sprigiona una energia che è lì per incontrarsi con l’energia contenuta nello sguardo di chi osserva. Proviamo a immaginare per un istante che questa energia sia un raggio: ogni volta che questi due raggi si toccano, succede qualcosa”. Ed è questo “qualcosa” che, come credo, è ciò che Giacomelli descrive come l’attesa dell’accadere dentro di sé John Berger “ … di fronte al mare, a un tramonto, a un semplice albero, a dei fiori di campo o a una cascata, ci si accorge che si sta guardando qualcosa che non coincide con ciò che si ha davanti agli occhi, che va oltre” |
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Posted on Fri, 23 Jan 2009 12:17:00 by Paolo “Amarcord” (1973) di Federico Fellini è, fin dal titolo, l’esempio classico di film ispirato ai ricordi, alla memoria (“a m'arcord” in dialetto romagnolo significa “mi ricordo” ed è un modo di dire ormai entrato nel linguaggio comune oltre che in tutti i dizionari, non solo italiani).Il film, la cui sceneggiatura è di Fellini stesso e del grande Tonino Guerra (ricordate “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita !!” ? ecco, lui….) è costituito da una serie di episodi legati all’infanzia degli autori: il transatlantico Rex, il passaggio della Mille Miglia, l’arrivo del gerarca fascista, la nevicata con neve alta 2 metri. Il film è popolato da personaggi immortali: la tabaccaia, la Gradisca, la Volpina, il nonno che si perde nella nebbia, lo zio matto che grida dalla cima di un albero “voglio una donnaaaaa !!!”, lo sceicco alto poco più di un metro che arriva col suo harem. Fellini, come sempre, gira il film quasi interamente in studio perché per rendere universali e immortali i ricordi è necessario non tanto essere “realisti” quanto costruire l’atmosfera, il sentimento, affrancarsi dalla realtà ed elevarsi alla poesia. Ecco quindi il Rex (che non è mai passato davanti alle coste romagnole), la neve alta 2 metri (mai vista in quelle zone, ma per un bambino anche pochi centimetri sembrano un’enorme quantità), l’immenso albero che sembra un baobab africano su cui si rifugia lo zio matto, il magnifico pavone che magicamente compare dal nulla durante la battaglia di palle di neve, ecc. “Radio Days” (1987), di Woody Allen è la versione ebraico-newyorkese di "Amarcord". Così come il suo “progenitore”, “Radio Days” è un film senza trama; Allen, grande ammiratore di Fellini, realizza una serie di episodi ispirati a ricordi d’infanzia, familiari e scolastici, ognuno legato a una delle canzoni importanti nella sua giovinezza. Fellini si ricorda (o crede di ricordarsi) del passaggio del Rex davanti a Rimini; Woody Allen si ricorda di quando andava di fronte all’oceano per cercare di avvistare gli U-Boot tedeschi. Una volta gli era addirittura parso di vederne uno. Ma forse anche quello era solo uno scherzo della memoria. Ma poi, in fondo, cosa importa ? |
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Posted on Sun, 11 Jan 2009 23:26:40 by Frank Dal 16 Gennaio e fino al 22 Marzo Spazio Forma a Milano ospita una grande mostra antologiaca dedicata al maestro di Senigallia. Più di 200 foto tra le più importanti, in formato originale, stampe vintage e autografate dall'autore. Dalle prime foto scattate sulla spiaggia di Senigallia alla serie dedicata all'ospizio (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi) ai pretini in festa nel cortile innevato del seminario, con le loro tonache così nere contro lo sfondo così bianco da sembrare sospesi nel tempo(Io non ho mani che mi carezzino il volto), a Lourdes, alle ormai leggendarie fotografie di Scanno, ai contadini de La buona terra alle serie dedicate alle grandi Poesie (A Silvia, Io sono nessuno…). Oltre la gioia di vedere una raccolta così numerosa la soddisfazione di sapere che Oltrefoto ci aveva pensato già quattro anni fa in occasione della prima edizione delle Giornate fotografiche vogheresi. A questo punto lancio una proposta che potrebbe essere un’appello, anche a Enrico, perché non rifare Il dizionario Giacomelli dove e quando non lo so ma potrebbe essere un’occasione per me come per tanti altri che allora non facevano parte di Oltrefoto di rivedere qualcosa di veramente speciale… Cosa ne pensate? |
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Posted on Fri, 09 Jan 2009 13:50:08 by Paolo Il cinema, soprattutto americano, è spesso a corto di idee e per sopperire a questa mancanza sfrutta vecchi copioni. Di solito i remake sono film mediocri, ma ci sono eccezioni.Nel 1962 Gregory Peck e Robert Mitchum sono i protagonisti de “Il promontorio della paura”. Peck è un avvocato che ha fatto condannare il criminale Mitchum. Quest’ultimo, quando esce dalla prigione, vuole fargliela pagare e minaccia l’avvocato e la sua famigliola, la classica famiglia mid-class americana con moglie e figlioletta, villetta a schiera con giardinetto e station-wagon. Nessun fronzolo, nessuna nevrosi. I ruoli sono chiari: il buono da una parte e il cattivo dall’altra. Non c’è possibilità di errore. Nel 1991 Martin Scorsese rifà il film e lo intitola “Cape Fear”. Il “buono” è Nick Nolte, il “cattivo” è Robert DeNiro (notare le virgolette). L’avvocato ha commesso una grave mancanza, etica ma anche penalmente perseguibile: non ha portato in tribunale tutte le prove che avrebbero aiutato ad alleggerire la posizione processuale del cattivo (uno psicopatico strupatore), suo cliente. DeNiro quando esce dalla prigione vuole fargliela pagare. I ruoli non sono chiari: il cattivo ha le sue ragioni, il buono non è poi così buono, la moglie è nevrotica, la figlia non disdegna le attenzioni morbose del “cattivo”. Inoltre, e il messaggio è chiaro, Scorsese fa interpretare il ruolo dell’avvocato di Nick Nolte (il buono di questo film) a Robert Mitchum (il cattivo del primo film) e l’avvocato di DeNiro (il cattivo di questo film) a Gregory Peck (che era il buono del primo film). Ottimo esempio di remake nettamente superiore all'originale, con un DeNiro e uno Scorsese che avrebbero meritato l'Oscar. |
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