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Laboratorio Permanente di Fotografia - Direttore Artistico Enrico Prada
   

 

 

Il destino dell'inquadratura

Fotografia & Cinema

con Antonio Sacchi e Enrico Prada

martedì 25 gennaio 2005

 

 

 

IL CINEMA E' SCRIVERE

 CON LA LUCE

di Antonio Sacchi

Presidente dell’Istituzione

Teatro "G. Fraschini" di Pavia

I CONFINI MOBILI

 

di Enrico Prada

Direttore Artistico di OltreFoto

 

In principio fu la lanterna magica. Un “magic box” delle illusioni, una riproduzione di immagini/pitture statiche o di scarso movimento. Poi venne il cinema: e la fotografia prese a camminare. Siamo agli albori della storia del cinema, la dinamicità sostituisce la fissità. Se fotografare è fermare l’attimo, la macchina da presa è invece una penna luce che “stende” il racconto.

Dopo il tempo dei pionieri e degli artigiani, la fabbrica del cinema – soprattutto a partire dagli anni Venti – inventa “gli operatori della fotografia” e li mette accanto ai grandi protagonisti del cinematografo: gli autori e gli attori.

La tecnica di catturare la luce e di immetterla nella “fiction”, nella realtà fittizia dell’immagine, diventa mestiere e campo di indagine, di ricerca, di studio.

Si potrebbe scrivere una storia del cinema analizzando l’evoluzione degli obiettivi, le innovazioni nel campo dei materiali di riproduzione, le invenzioni nell’ambito della strumentazione tecnica (cavalletti, carrelli, gru, dolly, steadycam) che sono anche trasformazione delle possibilità narrative, del linguaggio stesso della settima arte, fino ad arrivare agli “effetti speciali”, che hanno un ruolo persino eccessivo nella cinematografia contemporanea.

Si potrebbe dire che la luce dell’inquadratura definisce periodi e generi: aperta e magniloquente nel cinema americano dei grandi spazi (siano essi gli “studios” hollywoodiani o le vaste praterie dell’Ovest); luce/ombra nel film “noir” degli anni Quaranta; la luce-verità, oltremodo naturale, del neorealismo e via dicendo.

Si potrebbero chiamare alla ribalta i volti di tanti direttori della fotografia che resteranno maestri insuperati nel “girare film”: Gregg Toland, Vilmos Zsigmond, Nestor Almendros, John Alcott, Gordon Willis, Sven Nykvist, Giuseppe Rotunno, Vittorio Storaro, solo per citarne pochi, così in un lampo.

La luce del cinema, insomma; cioè “dare corpo all’ombra e spessore al buio”.

 

Fotografia e Cinema: in fondo è tutta una questione di frontiere e di come collocarci rispetto ad esse, senza restarne prigionieri. Perché i confini netti, quelli che dispongono, con demarcazioni di comodo, terre “di qui” e terre “di là”, altro non fanno, in realtà, che disegnare geografie e definizioni che esistono solo sulle carte.

Stando a queste mappe dell’abitudine, ad esempio, la Fotografia è descritta come il territorio in cui l’attimo è stato congelato in una fissità assoluta: inesorabilmente priva di movimento e senza possibilità di narrazione. E, dando ancora retta a queste mappe, il Cinema è, invece, immagine in movimento; immagine costruita con il Tempo che, vivendo nella durata, rende possibili storie e racconti. Questi, insomma, i confini tradizionali: i limiti.

Ma sarà proprio vero? Non sarà, invece, più utile, per orientarci in zone così vaste, segnate da confini incerti e mobili (mi domando: come è possibile tracciare con precisione un confine sull’acqua o tra le dune?), affidarci ad un punto di osservazione che abbia in sé la consapevolezza della mobilità delle frontiere, la provvisorietà delle definizioni?

Ad esempio ci potremmo collocare in queste parole di Walter Benjamin: “nella fotografia si nasconde il film sonoro” (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica) e da lì proseguire. Magari per imbatterci nella domanda speculare: “quanta fotografia si nasconde nel cinema?”. Oppure, potrebbe capitarci di scorgere quest’altro quesito: “che genere di fotografia è quella che incontriamo nel cinema?”, che è un po’ come dire: “quando parliamo di fotografia nel cinema, cosa intendiamo dire?”. E potremmo proseguire sempre più lontano, fuori dalle rotte usuali, fino a domandarci: “quali sono, invece, i modi con cui la fotografia racconta?”. Per scoprire che il paesaggio che ci hanno sempre raccontato appare, visto attraverso il punto di vista mobile delle (nostre) domande, completamente diverso: un’altra geografia …

Perché tutto, in fondo, è una semplice, ma fondamentale, questione di confini.

 

 

 

 

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